Xi Jinping uno e trino

di Franco Mazzei pubblicato il 31/03/18

Il 17 marzo 2018, l’Assemblea Nazionale del Popolo, massima istituzione statale e camera legislativa della RPC costituita da circa 3000 membri, ha conferito all’unanimità a Xi Jinping il secondo mandato di Presidente della Repubblica, carica che potrebbe mantenere a vita giacché l’11 dello stesso mese l’Assemblea, con soli 2 membri contrari e 3 astensioni, aveva approvato un emendamento alla Costituzione secondo il quale l’incarico del Presidente, e del vice-Presidente, non sarà più limitato a due mandati. Naturalmente Xi continua a mantenere le altre due massime cariche della RPC, che non sono soggette a limite di mandato: la Segretaria Generale del Partito e la Presidenza della Commissione Centrale Militare. In breve, con questa riforma Xi potrà essere a vita “uno e trino”.


Indubbiamente, questa riforma segna una netta svolta rispetto al modello di successione al potere imposto da Deng Xiaoping che, vittima della Rivoluzione Culturale di Mao, mirava a contenere la centralizzazione del potere, a evitare il formarsi del culto della personalità e a favorire un maggior dialogo all’interno del partito: in definitiva, “successione per cooptazione e dirigenza condivisa”. Secondo molti analisti occidentali, e non pochi cinesi, questa svolta sarebbe un grave passo indietro per lo stato di diritto cinese ed evocherebbe lo spettro di una deriva personalistica alla Mao. D’altra parte, non manca chi minimizza la portata di questa riforma costituzionale, considerandola una sorta di razionalizzazione burocratica: aver tolto il limite dei due mandati non fa che allineare la carica di Presidente della Repubblica a quelle ben più importanti di Segretario Generale del Partito e di Comandante delle Forze Armate, cariche quest’ultime che, come s’è detto, non prevedono durata massima. Zhang Lifan, noto storico della Repubblica Cinese pre-maoista e analista politico (apprezzato anche in Cina come intellettuale indipendente), giudica in qualche modo “scontata” la recente riforma costituzionale e sostiene che è impossibile prevedere quanto a lungo Xi sarà al potere, commentando poi semiseriamente che ora in teoria egli potrebbe governare più a lungo di Mugabe, che è stato Presidente dello Zimbabwe dal 1987 al 2017.




Come già a suo tempo rilevato (cfr. Treccani. Atlante geopolitico 2015), la verità è che questa “svolta” ha avuto inizio già nel 2012, proprio con l’avvento al potere della cosiddetta “Quinta Generazione”, rappresentata per l’appunto da Xi Jinping, leader carismatico e decisionista, un “principe rosso” perché figlio di un rivoluzionario della prima ora (ma poi, come Deng, perseguitato da Mao). In effetti, la nomina di Xi Jinping a Segretario Generale del Partito e quindi a Presidente della RPC nel 2012 non è stata per così dire lineare come in passato: cioè, per la prima volta la successione non è avvenuta per cooptazione secondo il modello dengiano; ma è stato il risultato di un durissimo scontro politico “aperto”; e soprattutto di un dibattito che – per la prima volta – nella Cina post-Maoista ha coinvolto anche ampi settori dell’opinione pubblica cinese.


Il dibattito nasceva dalla diffusa consapevolezza che, dopo decenni di straordinaria crescita economica, nell’agenda politica di Pechino la povertà non era più un obiettivo prioritario, pur non essendo ancora vinta, e che nuove e complesse sfide erano ben visibili all’orizzonte. Al di là di quella specificamente politica (spesso rubricata in Occidente sotto la voce “deficit democratico” o “quinta modernizzazione mancata”), particolarmente preoccupanti apparivano la trappola economica e la sfida geopolitica. La prima era costituita dalla cosiddetta “trappola del reddito medio” o, secondo la formula di Paul Krugman, dal necessario ma complesso passaggio della crescita da “estensiva” (basata sull’aumento quantitativo dei fattori di produzione) a “intensiva” (basata sull’aumento della produttività dei fattori). Si sa che un paese in via di sviluppo normalmente può aumentare in modo accelerato il reddito pro-capite grazie ad alcuni vantaggi specifici dei paesi sottosviluppati, come il basso costo del lavoro e l’importazione di tecnologia. La “trappola” scatta quando ad un certo punto della crescita contrassegnato dal cosiddetto “reddito medio” (e sarebbe, appunto, il caso della Cina).

Da continente chiuso a potenza marittima

In tale situazione, i vantaggi su accennati che avevano favorito la crescita accelerata vengono drammaticamente a mancare… C’è da aggiungere che la RPC sta superando questa sfida apparentemente senza particolari traumi, come una sorta di rito di passaggio, anche perché avvantaggiata dalla globalizzazione in cui sembra sguazzare (a differenza di altre economie avanzate, come ad esempio quella giapponese e quella del nostro Paese, che al contrario sono pesantemente penalizzate).
La sfida geostrategica è rappresentata dalla massiccia presenza della potenza militare americana nel Pacifico Occidentale, costituita dalla Settimana Flotta e dalla cintura di paesi alleati di Washington (Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Filippine ecc.). Questa presenza è percepita a Pechino come allarmante, soprattutto dopo l’adozione della strategia Pivot to Asia del Presidente Obama, in quanto permetterebbe alla Navy di poter “strangolare” commercialmente la Cina bloccandone i porti…


Che fare? La risposta alla sfida geostrategica è stata immediata e unanime: la Cina ha modificato la propria tradizionale geopolitica da continentalistica in navalista, ammodernando a ritmo accelerato la propria marina militare con l’obiettivo di far pagare a duro prezzo un eventuale tentativo americano di “soffocamento”. Al contrario, la risposta alla sfida geoeconomica ha dato origine a un duro dibattito che ha visto contrapposti due modelli di sviluppo, la cui comparazione in questi anni è stata oggetto di approfondite analisi.




(Si veda ad esempio Kean Fan Lim Niv Horesh, “The Chongqing vs. Guangdong developmental ‘models’ in post-Mao China: regional and historical perspectives on the dynamics of socioeconomic change”, Journal of the Asia Pacific Economy, Volume 22, 2017.)
Il primo è il modello GUANGDONG. Semplificando, esso mira alla crescita, al potenziamento della mano invisibile (il “mercato”), all’inserimento della Cina nell’economia globalizzata. Questo modello, che tende a dare un ruolo maggiore alla società civile, è favorito dai leader delle province della Cina marittima (la più ricca, la più industrializzata e la più popolata, ma anche la più inquinata) e segnatamente la provincia del Guangdong che per prima ha sperimentato i benèfici effetti del grande progetto riformatore lanciato nel 1978 da Deng. L’altro modello, detto CHONGQING che è il nome di una municipalità parificata a livello di provincia con circa 30 milioni di abitanti, è più stato-centrico e più autoritario, ma anche più attento alle istanze sociali. Sostenuto dalla cosiddetta new-left, questo modello è bollato dai suoi critici come populista e neo-maoista. Il dibattito tra questi due modelli si è concluso con la condanna a pene pesantissime per corruzione e abuso di potere del maggiore sostenitore del modello Chongqing, il popolare segretario locale del Partito, Bo Xilai, anch’egli “principe rosso” perché figlio di uno degli "otto immortali" della Rivoluzione cinese, e promotore tra l’altro di una serie di campagne di stile maoista allo scopo di far rivivere “la cultura rossa” e di migliorare la “morale pubblica”. La fine dello scandalo politico più discusso della Cina contemporanea e del dibattito tra i due modelli di sviluppo ha segnato l’arrivo al potere di Xi Jinping.

La rottura operata dalla Quinta Generazione di leader

Quel che va sottolineato è che la Quinta Generazione al potere, rappresentata da Xi, segna qualcosa di più di una rottura con il modello dengiano di successione per cooptazione. In realtà, fin dall’inizio del suo primo mandato è apparso evidente che la linea politica di Xi è diversa da entrambi i modelli a cui sopra si è accennato: oggi possiamo dire che essa tende “confucianamente” a fonderli. Da una parte, questa linea mira a rafforzare il Partito (quindi la centralizzazione politica) ponendolo alla pari se non sopra lo Stato per meglio superare sia i problemi derivanti dall’interno sia le minacce esterne. In questo modo, Xi cerca di far fronte alle due grandi ossessioni della tradizione geopolitica sinica, sintetizzate nell’espressione: Nei-luan wai-huan”, che letteralmente significa “disordine interno e minaccia esterna”. Ma nello stesso tempo, Xi ha fatto proprie le istanze di apertura economica del modello Guangdong, dando però ad esse una chiara connotazione geopolitica (e geoculturale) rispolverando in qualche modo il tradizionale “sinocentrismo”. Questa nuova proiezione è ben espressa nella metafora del “Sogno della Cina”, che è lo slogan di XI: chiuso definitivamente il “periodo della umiliazione”, bisogna “riportare il ‘Paese del Centro’ al suo ruolo storico”. Si badi, “Paese del Centro”, e “non di mezzo” (in mezzo a che?) come per pigrizia linguistica si usa dire in Italia…

Quel che va rilevato è che questo “sogno” è una sofisticata combinazione di mito identitario del Paese e di utopia politica: cioè, combinazione dell’immagine mitica, che ogni popolo coltiva per riattivare il sogno dell’età d’oro, e dell’immagine utopica che spinge a decollare verso un futuro che è impossibile conoscere ma che si può anzi si deve cercare di costruire, segnatamente in un periodo come quello in cui viviamo segnato da mutamenti epocali e rapidi che stanno drammaticamente accorciando il tempo e rimpicciolendo lo spazio e digitalizzando la nostra esistenza.




Questa prospettiva di Xi ha trovato concreta espressione politica già nel 2013 con il lancio del faraonico progetto della nuova via della Seta, noto come OBOR (Onde Belt One Road): una doppia rotta, terrestre e marittima, che dovrebbe “connettere” la Cina con l’Asia centro-orientale, l’Africa, il Medio Oriente e l’Europa. Al di là di metafora (e di retorica politica), questo è appunto un modo per ricollocare la Cina al suo posto naturale - il centro del Mondo - e al tempo stesso una risposta alla grande sfida prodotta dai grandi cambiamenti in atto. In breve, si tratta di sostituire i muri e le frontiere del vecchio sistema internazionale vestfaliano (nato in Europa solo pochi secoli fa e poi imposto dalle potenze imperialistiche europee in tutto il mondo) con “connessioni” necessarie per il funzionamento di un sistema economicamente globalizzato e geoculturalmente diviso in insulae, come era il Pianeta prima che fosse unificato sotto l’egemonia europea. È un dato di fatto che lo stato vestfaliano è ormai in declino: troppo piccolo per i grandi problemi e troppo grande per quelli locali, esso porta alla chiusura, alla esclusione… alla “Bosnia”. Al contrario, la linea di Xi progetta di creare a livello globale una complesso sistema di supply chain, cioè di infrastrutture fisiche (come strade, porti ed aeroporti, oleodotti) ed informatiche, prospettando il sofisticato mondo della connettività (in graduale sostituzione del mondo del limes). Quel che più sorprende l’analista è che questa visione ottimistica di un futuro connotato da apertura ed inclusione sia stata concretamente prospettata a livello politico prima che fosse teorizzata dal celebre politolo indiano Parag Khanna con l’ultimo volume della sua celebre trilogia (Connectography, 2016).

Una terza via tra ordine e disordine

In breve, molte sono le motivazioni della recente riforma istituzionale. Oltre a razionalizzare la cosiddetta trinità delle cariche del vertice del potere della RPC (Segreteria del Partito, Presidenza della Repubblica e Presidente della Commissione Militare) a cui si è già accennato, bisogna ricordare che in Cina le “cariche”, e soprattutto le norme che ne regolamentano il funzionamento, hanno minore rilevanza rispetto all’Occidente, il quale ai confuciani (giapponesi compresi) appare “ossessionato” dal rispetto della normativa giuridica in tutte le sue forme: dal testo costituzionale alle clausole dei contratti nel campo del business. Il professor Zhang Ming, già docente della Renmin University, ha acconciamente osservato che quel che conta non sono “i titoli” delle cariche ricoperte da Xi o quanto egli sarà al potere, ma se egli saprà esercitare appropriatamente il proprio “mandato”, sottolineando che di fatto in Cina il popolo comune già lo considera “imperatore”. Il pericolo, sostiene sempre Zhang Ming, è che la “mancanza di meccanismi di controllo” induce più facilmente all’errore chi esercita un potere concentrato, e che è già pesantemente autoritario, su un miliardo e quattrocento milioni di cinesi. Questi timori, che sono reali, non vanno affatto sottovalutati; peraltro, non si può escludere una destabilizzazione politica negli anni futuri, come ad alta voce sostengono i sino-pessimisti. Nello stesso tempo, è innegabile che la recente modifica costituzionale risponde pienamente alla visione geopolitica di Xi sopra illustrata. In sintesi, Xi ritiene che la prospettiva di un mondo connesso e possibilmente sino-centrico si possa realizzare in continuità con la propria leadership.


Ricorrendo alle categorie dei teorici della Complessità, che ci sembrano particolarmente utili dal punto di vista euristico per cercare di comprendere le profonde e rapide trasformazioni del nostro tempo, possiamo concludere questa breve nota rilevando che Xi Jinping sta coraggiosamente operando nella difficile e pericolosa area della innovazione, che è un terzo regime tra ordine e disordine. È il cosiddetto “orlo del caos” che porta alla creazione, ad un nuovo equilibrio dinamico, ma anche alla possibile distruzione e quindi, secondo la politologia confuciana, alla “revoca del mandato”, geming: termine usato in passato per indicare il cambio dinastico e oggi usato con il significato di rivoluzione.



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