Via della Seta a sovranità limitata

di Alberto Bradanini pubblicato il 03/04/19

Dopo 74 anni dalla sconfitta nella Seconda guerra mondiale e dalla conseguente perdita della sua sovranità politica, l’Italia resta ancora un paese gregario, subordinato alle priorità stabilite da altri. Washington e Bruxelles, i due centri di potere ai quali l’Italia è da allora sottomessa sotto il profilo politico ed economico a dispetto della nostra Costituzione, hanno cercato anche in questa occasione di impedire al nostro Paese di decidere a suo legittimo modo quali erano i suoi interessi, senza per questo rinnegare le alleanze, sebbene nulla vieti, come insegna la storia, che siano anch’esse rimesse in discussione quando cambiano le circostanze che le hanno generate. Nei rapporti internazionali infatti, sosteneva W. Churchill, non vi sono nemici eterni, ma solo interessi eterni.


La firma del Memorandum tra Italia e Cina, secondo i nostri alleati, non andava fatta, sebbene questo documento non fosse altro che un elenco di buone intenzioni, senza alcun valore vincolante per l’una o l’altra parte, un documento che mentre non risolve certo i guai italiani possiede anche per la Cina una valenza secondaria, con qualche minore beneficio politico. Si tratta in buona sostanza di un’intesa fisiologica tra due paesi che hanno relazioni economiche di qualche peso, caricata di eccessivo significato politico a meri fini strumentali. Ma il tentativo di entrare a gamba tesa nel decision making italiano (un tentativo impensabile non solo in Cina o in America, ma nemmeno in Germania, Francia, Olanda o Svezia) ha preso corpo perché l’Italia è percepita come un paese prono agli interessi altrui. Gli americani, che guardano alla Cina come al principale rivale strategico, hanno accusato di Roma di una (insistente) violazione della lealtà atlantica, mentre la Commissione Europea (al servizio del direttorio franco-tedesco) ha fatto appello a una mai esistita, tantomeno nei confronti della Cina, politica estera comune dell’Unione.


È esistito un tempo in cui il riverbero degli Stati Uniti d’America, per il bene e per il male, si distendeva sul mondo intero: a seconda dei momenti, per la sua forza economica, quella militare, il soft power, la capacità di proteggere beni pubblici internazionali. Oggi non è più così. La scena internazionale è mutata, è cresciuto il numero dei concorrenti, ciascuno con sue caratteristiche. La potenza militare - un tempo principale strumento egemonico - non riesce più a contenere le energie che debordano dalla vitalità dei nuovi contendenti, sul piano economico, industriale, tecnologico e dunque politico, e che fanno sentire ogni giorno di più la loro voce. L’impero americano, di fronte al suo (relativo certo) crepuscolo invece di cooperare con i nuovi arrivati per ridisegnare in termini inclusivi i destini del mondo, è preso dal panico, e tantomeno si cura di nazioni ancillari come l’Italia o di quelle che aspettano il loro turno per godere, come il ricco Occidente, dei generosi frutti del progresso.


Oggi, l’élite finanziaria dell’heartland anglosassone, con le sue propaggini nordeuropee, non riesce a garantire nemmeno ai paesi amici il benessere del passato: le classi medie scompaiono, si diffondono povertà e disoccupazione e un cupo solipsismo prende il posto delle pur malferme ideologie di un tempo, mentre i paesi in perenne via di sviluppo acquisiscono coscienza che la promessa del Washington Consensus di poter uscire un giorno dalla morsa del sottosviluppo, in cambio di sottomissione politica ed economica, non è altro che una chimera. Riemergendo dalla disillusione, questi paesi volgono ora lo sguardo verso il modello cinese, che in appena 40 anni ha traghettato una nazione di 1,4 miliardi di individui dal medioevo alla post-modernità. Il paradigma sino-popolare infatti - centrato su sovranità nazionale, controllo politico, un governo forte in economia, tutela dei beni pubblici e dei settori strategici (con qualche spazio vigilato alla proprietà privata) – possiede il fascino autentico di chi mantiene le promesse.


Con la Belt and Road Initiative (BRI) la Cina intende allo stesso tempo ridurre le distanze tra i due estremi del continente Euroasiatico, imporsi come nuovo protagonista della scena mondiale (ed è bene al riguardo essere guardinghi per salvaguardare un sano equilibrio), ma anche, gradualmente, modificare l’ordine economico internazionale, e le ragioni per farlo, se la direzione sarà quella giusta, ci sono tutte, alla luce della profonda crisi che attraversa il mondo occidentale, privo di bussola etica e politica.


Per ora il muscolo cardiaco della finanza mondiale su cui si reggono gli altri segmenti del potere si colloca ancora in Occidente, ma esso è insidiato da dinamiche non più controllabili come un tempo, e che spostano ogni giorno di più verso Oriente il baricentro del pianeta. Rispetto ad alcuni decenni fa, la locomotiva americana, alle prese con la diversificazione dei mercati di produzione e consumo, cui fanno da corollario i flussi finanziari, non governa più le leve su cui dal secondo dopoguerra in avanti aveva costruito la sua egemonia. A dimostrazione di questa timida ma tangibile evidenza, persino questo governo ha trovato il coraggio, firmando il Memorandum con la Cina, di smarcarsi dalle pressioni del Grande Fratello.


Deve aggiungersi in proposito che il vuoto lasciato dietro di sé dall’implosione dell’Unione Sovietica non è stato riempito da potenze militari aggressive, ma da rivali politici o economici che, pur contendenti sull’arena mondiale, non costituiscono però una minaccia alla pace, attribuzione questa che proprio gli Stati Uniti sembrano invece meritare, in ragione dei tanti conflitti da essi generati in varie parti del mondo.


Inoltre, è nella natura delle relazioni internazionali che ogni nazione, e dunque anche Russia e Cina, cerchi di farsi spazio sulla scena internazionale, sebbene solo assoldati e sprovveduti possono credere che gli eserciti di questi due paesi costituiscano una minaccia alla nostra sicurezza, come vuole l’esegesi politica di mainstream. La sfida della Cina è di natura geopolitica, ma pacifica, e come tale va contemplata, soppesandone rischi e vantaggi, senza ingenuità o entusiasmi eccessivi, tenendo presente – parafrasando un pensiero anarchico dell‘800 – che anche in politica internazionale non esiste il potere, ma solo l’abuso di potere: un sano equilibrio tra Grandi Potenze, o ancor più tra diversi poli, è preferibile al predominio di una sola.


Se la Cina non è l’unica nazione a reclamare il suo spazio, essa è però quella più ingombrante, poiché alle sue dimensioni geografiche e demografiche unisce un crescente profilo politico ed economico, un discreto appeal tra i paesi emergenti e persino nel mondo occidentale, il dinamismo della seconda economia mondiale e la fruizione di tecnologie d’avanguardia.


L’episodio apparentemente minore ma emblematico di un mondo che sta ridisegnando le gerarchie di potere, è costituito dall’arresto di Meng Wanzhou, vice-presidente di Huawei e figlia di Ren Zhengfei, fondatore della società. L’arresto, avvenuto in Canada nel dicembre dello scorso anno, è frutto di un’iniziativa giudiziaria americana, ma la genesi politica è evidente, e lascia trapelare un inedito sentimento d’impotenza da parte di Washington di fronte a un rivale insidioso come la Cina. Sino a ieri è stata l’America - che dal secondo dopoguerra rivendica quell’eccezionalismo planetario su cui rivendica il diritto a governare il mondo - la patria delle tecnologie d’avanguardia e della scienza creativa. Oggi però essa si trova sulla difensiva, agisce di rimessa, e invece di rimodulare a beneficio di tutti il sogno americano (-occidentale) di libertà e benessere per tutti, si scopre disorientata davanti al sogno cinese, con il quale la Cina Popolare genera benessere per i propri cittadini e promette benefici per le nazioni che accettano di collaborare.
Schiavi dei loro spasmi egemonici, gli Stati Uniti si affannano a circoscrivere come possono la vitalità del gigante cinese, erigendo ovunque barricate di contenimento. Davanti alla proposta strategica della Belt and Road, la potenza americana è presa dall’angoscia che si tratti davvero dell’inizio del crepuscolo, poiché il successo di questo progetto sottrarrebbe all’America spazi vitali sulla scena economica e politica del pianeta. Una postura quella americana di natura vetero-prospettica, centrata sui privilegi oligarchici delle Corporazioni e dell’industria militare e che prevale sull’ottimismo della scuola realista che vede invece nell’appeasement strategico tra le due nazioni una chance storica verso un mondo migliore, abbattendo il pericolo, sempre attuale, di cadere nella Trappola di Tucidide. Secondo questa seconda scuola di pensiero, la possibile partecipazione alla Belt and Road da parte degli Stati Uniti – se Washington riuscisse a mettere la morsa agli insaziabili appetiti del suo complesso industriale/militare – risponderebbe ai genuini interessi della popolazione americana, dando anche riscontro alle preoccupazioni europee sull’equità dei benefici attesi e sul rispetto delle procedure attuative della BRI da parte cinese. Eccoci qui entrati, come si può intuire, nel mondo delle sogni.


Alla luce di quanto esposto, assumono significato le parole del portavoce per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Garret Marquis, il quale - commentando in anticipo con il Financial Times la possibile firma di un MoU sulla BRI tra Italia e Cina – si era così espresso: “Siamo scettici che l’adesione dell’Italia alla BRI possa portare benefici economici durevoli al popolo italiano. Nel lungo periodo questo potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale del Paese”. Un lessico questo che si presta a una duplice ermeneutica: da una parte, esso conferma la noncuranza americana verso i bisogni di un paese alleato in difficoltà economiche strutturali, che cerca come può di creare lavoro per le proprie imprese e la propria gente. Per di più nella sua apodittica affermazione il portavoce in questione non chiarisce le ragioni per le quali l’Italia non trarrebbe alcun beneficio da tali intese, mentre è chiaro l’intento americano di contenere l’avanzata del suo rivale. Dall’altra, la scelta americana di utilizzare l’umiliante (per un governo amico) canale mediatico, dopo aver presumibilmente esercitato dietro le quinte pressioni politiche e diplomatiche di vario genere, e forse anche qualche ricatto, rivela un nervosismo insolito in una nazione abituata a essere obbedita senza fiatare e a infliggere sanzioni a chiunque non ne condivida le posizioni.

L'Unione Europea, l'Italia e la Belt and Road

L’Europa tedesca a sua volta non è uscita dal letargo anti-unitario con le insegne della solidarietà, ma unicamente perché irritata da un governo euroscettico e preoccupata dalla (potenziale e assai relativa) concorrenza italiana ai paesi nordeuropei sul business con la Cina, sebbene siano altri i paesi Ue che hanno quest’ultima commercio e investimenti assai più dell’Italia. Il primo partner cinese in Europa è infatti la Germania: nel 2017, 180 miliardi di euro di commercio bilaterale, la metà di tutta l’Unione Europea, seguita dall’Olanda con 96 miliardi, dal Regno Unito con 77, dalla Francia con 50, mentre quello Cina-Italia è di soli 43-44 miliardi. La Gran Bretagna è il primo paese per investimenti cinesi, con oltre 230 acquisizioni, seguita da Germania, Francia e solo quarta l’Italia. Imprese cinesi possiedono lo scalo ferroviario di Duisburg in Germania, l’aeroporto di Francoforte, hanno partecipazione in grandi aziende come Mercedes, acquistato la Kuka che costruisce robot. Inoltre, la Commissione ignora da anni un disavanzo Ue-Cina di oltre 175 miliardi (solo quello italiano supera i 20 miliardi) e la ragione è banale: le politiche Ue verso la Cina sono pilotate dalla Germania, unico paese Ue (a parte le irrilevanti Irlanda e Finlandia) a godere di una avanzo commerciale nei riguardi di Pechino (oltre 18,5 miliardi: fonte Eurostat) e che non ha alcun interesse a sollevare il dossier con Pechino.


Quanto agli investimenti cinesi in Europa, i primi posti sono occupati da Regno Unito e Germania seguiti da Italia e Francia. Nel 2018 poi il flusso di capitali cinesi nel Vecchio Continente è diminuito del 40% (studio MERICS-RHG), in specie nelle utilities e nelle infrastrutture, mentre sono aumentati quelli di borsa, nella sanità e nelle biotecnologie. E sono beninteso le tre maggiori economie europee ad aver ricevuto anche nel 2018 la parte più cospicua degli investimenti cinesi, con la Gran Bretagna in prima posizione (4,2 miliardi di euro) seguita da Germania (2,1 miliardi) e Francia (1,6 miliardi), in Italia poco o nulla, avendo i cinesi acquistato già negli anni scorsi gli asset di loro interesse.


Alla luce di quanto precede, non risulta che la Commissione (o i paesi che la manovrano, Germania e Francia) si sia strappata le vesti quando nei mesi scorsi altri 13 paesi membri hanno firmato simili MoU, alcuni dei quali persino segreti.


Sulle industrie del futuro, infine, invece di combattere una battaglia interdittiva destinata alla sconfitta, sarebbe interesse della cosiddetta Unione Europea far nascere un campione continentale che sia espressione di un’industria integrata che distribuisse dividendi economici, industriali e politici a tutte le nazioni Ue, in un settore strategico per il nostro futuro, così da non dipendere né dai cinesi né dagli americani. Di ciò beninteso non si vede l’ombra in un’Unione dominata dal nazionalismo sovranista del direttorio franco-tedesco che, invece di creare crescita e lavoro in forma bilanciata e per tutti i paesi membri, persegue il depauperamento delle nazioni subalterne (ma ancora ricche come l’Italia) e il dominio politico ed economico in Europa.


L'Italia nella Via della Seta

Dopo una visita di due giorni, il Presidente cinese Xi Jinping ha da poco lasciato l’Italia, ma già il suo viaggio sembra lontano anni-luce. I guai italiani però, che non dipendono dalla Cina e ancora meno dalla BRI, sono rimasti: disoccupazione e sottoccupazione dilagano, la povertà penetra nella classe media, i servizi sociali sono smantellati, la deindustrializzazione del Paese prosegue e il lavoro di una volta è scomparso. Le ragioni di ciò sono legate alle politiche iper-liberiste, alla perdita di competitività (utilizziamo una moneta straniera e troppo forte, l’euro), ad un’assurda austerità di marca tedesca, alla pessima gestione dell’ultima globalizzazione (che ha coinciso con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, dic. 2001) e beninteso dalle nostre carenze endogene, una classe politica inadeguata, un’amministrazione obsoleta, corruzione e criminalità organizzata.


Non solo l’Italia non dispone di piena sovranità politica (da non confondersi con sovranismo), ma anzi gli spazi di libertà di un tempo si sono ridotti, mentre persino le nazioni uscite come noi sconfitte dal secondo conflitto mondiale dispongono di un’agibilità politica a noi misteriosamente negata.


La visita di Xi lascerà qualche frutto all’Italia? Forse. Di Maio ha parlato di 2,5 miliardi e un potenziale di 20, sui primi dobbiamo capire meglio, l’incertezza sui secondi è appesa alla capacità dell’Italia – sarebbe cosa rara – di guardare alla stella polare dei suoi legittimi interessi con coraggio ed efficienza, due sostantivi che da 40 anni la Cina cura al grado superlativo. A tale riguardo, il lavoro da fare non sarà affatto facile, il Sistema Italia dovrà individuare imprese e banche in grado di partecipare - insieme a partner cinesi adeguati - a commesse e gare d’appalto riguardanti i piani infrastrutturali nei paesi della Via della Seta, vale a dire quelli che separano Cina ed Europa. Un percorso tutt’altro che agevole per un paese diversamente organizzato ed efficiente rispetto alla macchina cinese, o anche ai paesi concorrenti del Nord Europa. A tale riguardo il Governo italiano dovrà curare, attraverso periodiche verifiche, che Pechino sia coerente sull’attuazione di queste intese, alla luce della sua consolidata attitudine a firmare accordi formali solo per raccoglierne i benefici politici immediati.


Sorprende che nell’occasione il vice-premier Salvini abbia scoperto che la Cina, con cui l’Italia ha un commercio di 44 miliardi di euro, non è un paese di libero mercato, senza riflettere che i liberi mercati esistono solo sui libri e che quel mercato ha fatto della Cina la seconda economia al mondo, mentre il sottosegretario Giorgetti esprime meraviglia davanti alla spietata concorrenza cinese alle ceramiche italiane. Sulla carta, tali osservazioni potrebbero rappresentare una salutare presa di posizione per indurre lo Stato a correggere gli errori del passato. È facile prevedere che il Governo tornerà presto nel letargo dell’improvvisazione e dell’illusione della conoscenza.


Nel merito infine, la Via della Seta c’entra poco con la tipologia degli accordi firmati (tranne quello della Danieli in Azerbajian, che tuttavia si sarebbe verosimilmente concluso a prescindere da Belt and Road). Nulla di strategico poi. Quasi tutte le intese fanno parte di un dialogo fisiologico tra Italia e Cina: l'accordo sulle doppie imposizioni, i protocolli sugli agrumi e sui reperti archeologici, l'esplorazione spaziale e i gemellaggi tra città e regioni sono un contorno, messi lì dai cinesi per sedurre, quasi nulla di palpabile. Le intese tra aziende poi hanno un valore potenziale, salvo le due di Ansaldo-Energia, la quale non a caso appartiene per il 40% a Shanghai Electric. I porti di Genova e Trieste infine attireranno forse qualche milione di euro d’investimenti cinesi, ma il grande hub nel Mediterraneo la Cina l’ha già acquisito, investendo 700 milioni ad Atene Pireo: quel treno l’Italia l’ha perso per sempre. Trieste potrebbe parzialmente smentire tale assunto, tenendo conto dell’interesse cinese a raggiungere i mercati dell’Europa orientale, che una piattaforma logistica nel porto giuliano potrebbe servire con maggiore efficienza rispetto ai porti del Nord. A tal fine l’offerta italiana dovrebbe includere adeguati spazi retro-portuali per il processamento dei prodotti da immettere sui mercati di sbocco, creando occupazione e un indotto industriale di peso. La strada è tuttavia lunga e tortuosa.


Infine, se risponde al vero che gli accordi (si parlava inizialmente di oltre 50) sono poi stati ridotti a meno della metà per via delle pressioni americane, v’è allora da chiedersi che vale essere un paese del G7 se è sempre il Grande Fratello a decidere al nostro posto, mentre lui e i cosiddetti partner europei fanno con la Cina tutti gli affari che vogliono, senza nemmeno firmare Memorandum d’intesa. È questo ciò che è avvenuto tra il Presidente francese Macron e il suo omologo cinese, in visita di stato a Parigi, dopo Roma, un occasione nella quale la presenza del Presidente della Commissione Ue Junker ha marcato l’allineamento dell’Ue alle priorità stabilite dal direttorio europeo (anche la Cancelliera tedesca Merkel era presente). Junker ha voluto così marcare distanza dall’Italia la quale – in assenza di un minimo di solidarietà europea – aveva avuto l’azzardo di fare da sola. Si conferma così l’assenza di un minimo di empatia politica nelle istituzioni europee, mentre nel Vecchio Continente continua a regnare sovrana la legge della giungla, quella del più forte.