Una sponda russo-cinese per l'Iran

di Alberto Bradanini pubblicato il 17/09/16

L’Iran, dopo l’accordo nucleare stipulato con il Gruppo cosiddetto 5+1 nel luglio 2015, intende riconquistare una nuova identità internazionale, acquisendo nella regione un ruolo propulsivo, obiettivi, tuttavia, che senza le sponda russo-cinese sono difficilmente raggiungibili.
Sia Mosca che Pechino occupano uno spazio politico vitale per la Repubblica Islamica, funzionale alla strategia iraniana di fuoriuscita dall’isolamento, anche se nella loro azione di politica estera rimangono portatrici di interessi globali, e non solo regionali. Per la verità, Russia e Cina generano anche diverse apprensioni, e sono percepite da Teheran nella loro storica propensione all’infedeltà (la prima) e al cinismo (la seconda).
 

Ma la politica estera iraniana è oggi alimentata da un forte vento di real politik, che dovrebbe consentirle di intendersi bene con Pechino, il cui storico pragmatismo non cessa ogni giorno di stupire, e con Mosca, che si sente a sua volta premuta dalle urgenze di una nuova guerra fredda attribuita alle ansie americane di fine impero.
 

Di conseguenza, Iran, Russia e Cina percepiscono tutte, per motivi diversi, il fiato corto della presenza americana, che a torto o a ragione attribuiscono ad ostilità strategica: 1) l’Iran ancora oggetto di condizionamenti da parte di Washington (ad esempio i limiti della rimozione delle sanzioni, malgrado l’accordo nucleare), la cui politica, sebbene non più finalizzata ad un regime change, continua a sostenere le monarchie sunnite della regione e la posizione oltranzista di Israele, che a sua volta oblitera la prospettiva di uno Stato palestinese, al centro invece della dinamica politica di Teheran; 2) la Cina deve a sua volta gestire la strategia di un containment dal sapore antisovietico, giudicata del tutto fuori tempo; 3) la Russia infine, che mostra un risuscitato dinamismo politico-militare (Ucraina e Medio Oriente) non ha mai smesso di turbare i sonni americani, con l’incubo di un potenziale rapprochement storico con l’Europa ritenuto esiziale dalla superpotenza atlantica.

 

 

L’Iran non sarà però un boccone scontato per i due colossi eurasiatici, che dovranno superare la diffidenza iraniana nei riguardi di alleati giudicati disinvolti e inclini alla strumentalizzazione. Qualcosa potrebbe cambiare se, con il nodo nucleare sciolto, Teheran venisse accolta a pieno titolo nella SCO (Shanghai Cooperation Organisation), dove Pechino aveva posto sinora il veto, preoccupata di irritare gli Stati Uniti senza trarne alcun vantaggio. La SCO potrebbe dunque in futuro ampliare il suo campo d’azione all’area politico-militare, divenendo una sorta di NATO eurasiatica, cementando in tal modo gli interessi dei paesi membri con quelli di Mosca e Pechino, i quali a loro volta sono stati spinti a sviluppare molteplici interessi congiunti (settori energetico e militare) dalla pessima gestione occidentale della crisi ucraina.

 

Teheran punta su Pechino per ridurre il suo isolamento

La Cina è vista da Teheran come un paese lontano, a-religioso e con una ideologia politica antitetica all’ideale teocratico sciita. In generale, il mondo cinese suscita in Iran scarsa empatia, oltre che inquietudine sul piano economico e industriale.
Ciononostante, Teheran intende puntare su Pechino per ridurre un isolamento che nemmeno l’accordo nucleare consente di superare del tutto. Come noto, le sanzioni nucleari americane legate al dossier nucleare sono state rimosse, ma non così quelle legate alle accuse di terrorismo e di violazione dei diritti umani. Poiché i soggetti iraniani sanzionati sono sostanzialmente i medesimi, ciò significa che la piena normalizzazione tra Iran ed Occidente non si è ancora materializzata. Per il momento la scena è ferma a questo punto, in attesa delle mosse del prossimo presidente americano.
 

Teheran reputa poi che, seppure il mondo sembra annegare nel petrolio, l'insaziabile sete cinese di energia è destinata a protrarsi nel tempo. Negli anni recenti – incurante delle sanzioni americane che colpivano chiunque facesse affari con Teheran e avesse interessi in America - la Cina è diventata la grande beneficiaria del vuoto lasciato dall’Occidente. Il commercio tra i due paesi sfiora oggi i 50 miliardi di dollari, è in forte crescita e ben compensato tra import di petrolio ed export di prodotti cinesi. Per la Cina uno scenario ideale. Nella sua visita a Teheran nel gennaio scorso, Xi Jinping e il suo omologo Rouwani si sono impegnati a portare l’interscambio Cina-Iran a 600 miliardi di dollari entro il 2030, traguardo questo che fa impallidire i 7 miliardi che Roma e Teheran, nel corso della visita in Italia del Presidente iraniano Rouwani il 25 gennaio scorso, hanno affermato di voler raggiungere entro 5 anni.
 

Che sia l'Iran a giocare la carta cinese a sostegno dei suoi interessi strategici, o la Cina quella iraniana nel dialogo geopolitico con Washington (ovvero entrambi), rimane indubbio che i rapporti tra i due paesi presentano oggettive convergenze. 

 

 

Sebbene i nodi di politica estera si collochino sul fronte occidentale del suo quadrante geografico, l’Iran reputa di occupare una posizione di rilievo anche nella sua proiezione centroasiatica, e dunque anche agli occhi di Pechino. La Cina infatti mostra oggi un inedito dinamismo politico anche in Medio Oriente. Oltre alla base militare a Gibuti e ad una presenza variegata in molti paesi del continente africano, i cinesi non mancano di prendere posizione sulla crisi siriana, e in generale sul conflitto in Iraq e Siria, in sostanziale sintonia con la Russia). La strategia cinese della nuova Via della Seta (One Belt, One Road), infine, che annuncia miliardi di investimenti per alimentare la connettività della Cina con i territori centroasiatici, assegna un ruolo non marginale anche all’Iran, con una progettualità infrastrutturale che toccherà certamente le ferrovie (già oggi collegate tra i due paesi), fibra ottica e collegamenti marittimi, e domani forse anche i percorsi autostradali, se si riuscirà a risolvere più compiutamente i problemi di sicurezza dei territori da attraversare.

 

Iran-Russia, archiviati i conflitti è l'ora del dialogo

Nei riguardi della Russia gli iraniani rimangono circospetti, un po’ per le mai dimenticate depredazioni territoriali del passato, e per le giravolte più recenti: paradigmatico il blocco/sblocco del contratto sul sistema antimissile S-300, che nell’evolversi del negoziato nucleare ha seguito il destino dell’interazione tra Mosca e Washington, non certo una coerente amicizia tra Mosca e Teheran.
In un mondo non più bipolare, anche i rapporti Iran-Russia acquistano dunque una colorazione che trascende la contingenza regionale.
 

Se l’Iran è rilevante per la Cina nella sua proiezione centroasiatica, ciò è ancor più evidente per la Russia. Le relazioni bilaterali con quest’ultima sono state attraversate da frequenti conflitti e precarie riappacificazioni. Tuttavia, se è vero che esistono solo interessi eterni, non amici eterni, si può aggiungere che nemmeno i nemici sono destinati ad essere eterni. E dunque oggi Teheran ritiene che vi siano le condizioni per costruire con Mosca un dialogo nuovo rispetto al passato.
Certo, la complementarità energetica che esiste con Pechino soffre con Mosca di una forte attenuazione. Entrambi i paesi sono ricchi di petrolio e gas, e si contendono il primo e secondo posto al mondo per riserve cumulate. L’Iran potrebbe quindi diventare il principale concorrente russo in Europa. Si tratta di uno scenario che in futuro i due paesi dovranno gestire con massima attenzione ad interessi e amicizia politica.
 

 

Quanto al dossier nucleare, un Iran con l’arma atomica non era nell’interesse russo (proliferazione, vicinanza geografica, riduzione dell'oligopolio dei paesi nucleari...), e avrebbe inoltre accresciuto le preoccupazioni verso le potenze nucleari improprie, vale a dire India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Nemmeno Mosca tuttavia, come Pechino, ha mai ritenuto urgente questo dossier o creduto che vi fossero seri rischi di proliferazione, alla luce tra l’altro delle informazioni di cui di certo disponevano i tecnici russi che hanno lavorato per anni alla centrale nucleare civile di Bushehr.
 

D’altro canto, un conflitto tra Iran ed Occidente avrebbe messo a repentaglio sicurezza e interessi della Russia, accendendo le minoranze islamiche delle sue repubbliche meridionali e fornendo pretesti ad una maggiore presenza americana nell'area. Per Mosca, la soluzione dell’intrico mediorientale richiede pragmatismo costruttivo, nel quale dovrebbe trovar posto – sebbene in un futuro imprecisabile – anche il riconoscimento iraniano all'esistenza dello Stato ebraico. Un processo questo che andrebbe accompagnato dalla visione coraggiosa dei principali attori internazionali. Il sorgere di uno Stato Palestinese indipendente ne sarebbe beninteso la condizione necessaria.
 

Sempre per Mosca, un Iran completamente ri-occidentalizzato rappresenterebbe però un deficit di influenza geopolitica che si rifletterebbe non solo sulla sua presenza in MO, come mostra l’evoluzione degli eventi in Siria e il conflitto contro Daesh, ma anche nell’insieme delle relazioni geo-strategiche tra Russia e Stati Uniti.
 

In tale cornice, non possiamo non riflettere mestamente sulla marginalità dell'Europa, sia l’Ue come tale, che quella incarnata dalle cosiddette potenze nucleari minori, Regno Unito e Francia. L’Europa – specie dopo l’uscita di Londra – potrà al massimo giocare una partita di natura economica, ancillare agli interessi americani, senza alcun riflesso sugli scenari politici. Anche da parte di Teheran, come Pechino, lo scoraggiante giudizio di irrilevanza nei riguardi dell’Europa è basato sulla percezione di un Continente diviso e costola afona dell’egemonismo americano (a sua volta in relativo, seppur lento, ridimensionamento), inspiegabilmente latitante di fronte all’urgenza storica di tutela dei suoi interessi strategici.



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