Tutte le illusioni del Presidente

di Alberto Bradanini pubblicato il 10/02/17

L'argomento è di quelli che non offrono una conclusione univoca. Nonostante le espressioni di apparente fastidio da parte del neo-Presidente degli Stati Uniti, tuttavia, sembra presto per decretare la morte della globalizzazione, nella sua accezione di libera circolazione delle merci e dei capitali. Va ricordato, en passant - ma qui si aprirebbe un capitolo diverso - che se beni e finanza possono circolare nel mondo liberamente o quasi, non è così per l'altro fattore della produzione, il lavoro: non è un dettaglio da poco.
 

Tornando al punto di vista muscolare di Trump, esso sembra dettato da due macro-ragioni. La prima possiamo solo intuirla, vale a dire i suoi interessi personali, di cui col passare del tempo si capiranno meglio forme e profondità. La seconda – mettendo da parte la boria di mantenere le promesse illusionistiche della campagna elettorale – ha l’aspetto di un paradosso dalle gambe corte. Sarebbe infatti ridicolo per un presidente degli Stati Uniti rimettere in discussione quello scenario globalizzato su cui si basa il dominio americano, vale a dire la pervasività degli oligopoli finanziari e industriali nel mondo, e il predominio del dollaro, protetto dalla forza militare.
 

Con buona pace di Trump, il capitalismo americano non può fare a meno della globalizzazione. Al contrario, sta cercando spazi ancora più estesi, dopo aver preso atto che non si tratta sempre e solo di rose e fiori. Le spine però andrebbero estirpate in ben altra maniera. Se poi Trump pensa di poter riportare il lavoro in America, sarebbe vittima di una grande illusione. Al massimo potrà riportarvi il capitale, vale a dire le macchine, non certo le braccia, un terreno su cui le economie emergenti sono vincenti.
 

Per creare maggiore lavoro e meglio rimunerare quelli che lavoro ce l'hanno già, andrebbero adottate politiche di redistribuzione del reddito, che non pare siano un’ansia del neo-Presidente, il quale ha già mostrato, come i suoi predecessori, di voler menar le mani - nei riguardi dell'Iran, ad esempio - alimentando quella catena di conflitti di cui l'America ha bisogno per vendere armi, dividere amici e nemici, e mantenere il dollaro il re delle valute.
 

Al banchetto per la revisione dell'ordine, o meglio del disordine economico internazionale, andrebbero invitati i popoli del mondo - sia di quello emergente, che di quello industrializzato - che hanno momento una scarsa rappresentanza.
Anche le nazioni emergenti, innanzitutto la Cina, potrebbero contribuire ad un nuovo orizzonte, portando il verbo di una migliore distribuzione della ricchezza tra le nazioni e al loro interno. Ahimè, si ha invece l'impressione che anche il mondo emergente voglia partecipare alla festa seguendo le orme di un Occidente che consente una pessima distribuzione della ricchezza e l'assenza strutturale di lavoro, uno scenario foriero di instabilità sociale e politica.
 

Quanto a Brexit e alle altre manifestazioni di disagio anti-europeo, esse sono legate alle politiche di austerità che hanno compresso il lavoro in termini quantitativi e remunerativi, in un disegno ordo-liberista al servizio di un'Europa del capitale e non di un’Europa sociale. Se da questa ha preso le distanze persino il Regno Unito, che anche prima del referendum aveva dell’Europa una concezione mercantile, un piede dentro e uno fuori, si può ben comprendere il disagio dei popoli dell'eurozona oppressi da una valuta concepita e gestita nell'interesse esclusivo della Germania e dei suoi satelliti. Gli Stati uniti d'Europa, usciti ormai del tutto dal novero delle idealità, sono considerati dai paesi del Nord Europa una trappola a loro danno, e niente più.
 

Le bizzarrie di Trump dunque, che qualcosa di vero ha detto sulla Germania e persino sulla necessità di ribilanciare il mondo del lavoro nelle nazioni industrializzate - sebbene le sue ricette siano strampalate e nascondano fini perversi - potrebbero essere prese provocatoriamente sul serio (ma da chi?), per ridiscutere di equità distributiva e prevalenza della politica sull'economia e la finanza, al servizio della maggioranza delle genti. Programma ciclopico, ce ne rendiamo conto, quanto mai illusorio.



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