TPP, la mossa di Trump favorisce la Cina?

di Alberto Bradanini pubblicato il 27/01/17

Con la mancata ratifica del TPP (Transpacific Partnership) - accordo di regolamentazione degli scambi e investimenti sottoscritto da 12 paesi, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Vietnam - gli Stati Uniti di Trump vogliono riportare il lavoro in America. Non vi riusciranno. Forse potranno riportarvi qualche investimento, poiché la produzione in futuro sarà sempre più automatizzata e in questo campo l’Occidente ha ancora qualche carta da giocare nella competizione con i paesi emergenti, Cina in testa. Ma il lavoro no, quello non tornerà più in Occidente, o meglio non più come in passato, e prima lo capiremo, specie noi europei, divisi e più miopi degli americani, meglio sarà.
 

Seppure del TPP la Cina non sarebbe parte, la mossa di Trump non equivale ad un reset politico e dunque alla revisione delle priorità geopolitiche americane nel Pacifico Orientale. Anzi, la Cina, ancor più in era Trump, rimane l’avversario strategico da cui guardarsi, e la cui corsa cercar di rallentare quanto possibile.
 

Ma il ritiro dell’America da un Accordo che avrebbe ridisegnato norme e standard commerciali in funzione anti-cinese non significa nemmeno che la Cina possa sostituirsi agli Stati Uniti e fissare queste regole universali insieme ai paesi del mancato TPP. La Cina non ne è parte, come sappiamo, ma non ha nemmeno interesse ad antagonizzare gli Stati Uniti.
 

L’alleanza commerciale alternativa proposta da Pechino nel 2012, la cosiddetta Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – una prospettiva complessa e che non pare destinata a veder presto la luce – comporterebbe l’apertura delle frontiere tra i 10 paesi dell’Asean (Association of Southeast Asian Nations), Brunei, Cambodia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, the Philippines, Singapore, Thailand, Vietnam, e i 6 paesi con cui l’Asean ha accordi bilaterali di libero scambio, vale a dire Australia, China, India, Japan, South Korea and New Zealand. La più ampia integrazione commerciale tra questi paesi che ne seguirebbe – alla quale per Pechino dovrebbero un giorno aderire anche gli Stati Uniti – sarebbe certo al servizio degli interessi della Cina, che in questa fase storica e per ragioni di forte convenienza si scopre, come ribadito a Davos da Xi Jinping, campione di liberismo senza se e senza ma. Sarebbe bene tuttavia che anche Pechino divenisse consapevole dei danni derivanti da squilibri commerciali strutturali, poiché gli scambi internazionali devono generare benefici reciproci tendenziali e non destabilizzare altre economie, le quali altrimenti, come mostra la decisione di Trump, saranno prima o poi tentate di ricorrere al protezionismo.
 

La Cina secondo alcune analisi potrebbe sfruttare il momentum politico generato dalla decisione del neo-Presidente americano per accelerare l’accordo RCEP. Si tratta di vedere però se paesi come l’India o il Giappone sarebbero mai disposti a lasciarsi invadere dai prodotti e dai cinesi. Pechino inoltre non è isolata, e può contare sin d’ora su accordi bilaterali di libero scambio con diversi paesi della regione, Australia inclusa. E in ogni caso la Cina non intende irritare nessuno, tantomeno gli Stati Uniti, il principale partner economico e il più grande mercato di sbocco dei suoi prodotti, dal quale ricava oltre 370 miliardi di dollari di surplus ogni anno.
 

Convince poco l’affermazione di Obama il quale, prima di abbandonare la Casa Bianca, aveva ammonito sul vuoto che Washington avrebbe lasciato se si fosse ritirata dal TPP, lasciando mano libera a Pechino. In realtà il TPP, oltre alla pericolosa valenza politica anti-cinese, sarebbe stato un altro regalo alle grandi Corporazioni americane che avrebbero avuto ancor più mano libera sotto il profilo produttivo, commerciale e finanziario, oltre a un inedito, pericolosissimo leverage a scapito della sovranità dei paesi aderenti quando fossero stati in gioco i loro interessi.
Un quadro questo assai simile a quello disegnato dal fratello europeo del TPP, vale a dire il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che sembra disegnato ad hoc per tenere lontana la Russia dall’Europa, limitare anche qui la sovranità degli Stati di fronte agli interessi dei grandi gruppi anglosassoni e nord-europei e favorire la mobilità dei fattori della produzione a scapito di consumatori e piccole imprese.
 

In ultima analisi, quello che avviene sotto i nostri occhi dovrebbe spingere la comunità dei popoli, non solo i governi, a riflettere su modi e forme per ridisegnare le regole che presiedono all’ordine economico internazionale, affinché i governi recuperino il pieno controllo delle decisioni economiche che incidono sulla vita di tutti, al servizio della maggioranza e non tanto degli oligopoli internazionali e delle grandi potenze.



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