THAAD, disinnescare l'escalation

di Alberto Bradanini pubblicato il 10/10/16

"Non sono pochi coloro che ritengono che il dispositivo americano nella penisola coreana, oltre a contenere la Corea del Nord, sia strategicamente finalizzato a contenere l'emergente potenza cinese.  

Non sorprende quindi la reazione di Pechino all'annuncio che Washington intende dotare Seul del THAAD, un sistema antimissile avanzato (che dovrebbe dunque avere caratteristiche in principio difensive) a tecnologia americana, utilizzabile dal 2017. Il Quotidiano del Popolo, in un editoriale di alcuni giorni fa, così si rivolgeva agli americani: "Pagherete per il dispiegamento di questo dispositivo".
 

Qualsiasi dispositivo militare ha anche implicazioni politiche, a maggior ragione in un contesto effervescente come quello della penisola coreana, che già per suo conto costituisce un grosso rischio di incidenti esposti ad una pericolosa escalation. Non si può poi escludere che lo stesso rischio non possa riguardare anche americani e cinesi, poiché nella regione le tensioni tra Pechino e Washington non sono limitate alle due Coree.

 


Alle vicende che riguardano le isole Spratly (Nansha) e Paracel (Xisha), situate nel Mar cinese meridionale, si aggiungono infatti le tensioni sino-giapponesi sull'arcipelago delle Senkaku/Diaoyu e l'intricata interpretazione della "Air defense identification zone" (ADIZ) che nel 2013 Pechino ha dichiarato di voler imporre sulle sue coste nel tratto di mare di fronte a Taiwan, Corea e Giappone e sul quale incrociano le potenti flotte americane.
 

Nell'insieme, Pechino si trova da sola a fronteggiare Giappone, Taiwan, Filippine e altri paesi che si affacciano sullo stesso mare, tutti fortemente sostenuti dagli americani, con l'eccezione forse del Vietnam, ancora in bilanciamento, e di Seul, meno interessata, anche per ragioni economiche, a vedere crescere le tensioni con la Cina e più concentrata sulla minaccia di Pyongyang.
In uno scenario del genere - e la contrapposizione tra le due Coree non è necessariamente quella che genera il rischio più grave -, dovrebbe prevalere lo spirito di riconoscimento dei legittimi interessi di ciascuna delle parti, investendo sulla distensione economica e la cooperazione, e non certo, come invece sta avvenendo, sul rafforzamento dei dispositivi militari.
 

Quanto sopra premesso, appare difficile immaginare che possano scoppiare incidenti seri tra Cina e Stati Uniti, come evocano, con malcelata speranza, i cosiddetti "China basher", vale a dire i professionisti del contenimento ad ogni costo dell'ascesa internazionale, economica e politica di Pechino. Gli interessi strutturali dei due paesi, soprattutto sul piano economico, e le dimensioni delle due potenze, sono per fortuna fattori che suggeriscono una prospettiva di reciproca disponibilità al compromesso.

 

Rimane il fatto che le armi vengono prodotte per essere utilizzate, e che anche il confine tra armamenti difensive e offensivi, insegnano gli strateghi militari, è di solito piuttosto labile.
Anche sullo scenario estremo-orientale occorrerebbe investire sulla comprensione e la convivenza invece che in armamenti sempre più sofisticati e minacciosi. Esprimiamo dunque l'auspicio che il prossimo inquilino della Casa Bianca - sebbene a questo nessuno dei due contendenti abbia mai fatto cenno - si ricordi di contenere lo strapotere del complesso militare/industriale americano, che come noto persino Eisenhower considerava pericolosamente invasivo e in servizio permanente effettivo.



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