Quel fascino di Xi su Franco Frattini

di Alberto Bradanini pubblicato il 14/03/18

Riportiamo qui sotto l’articolo di Beniamino Natale sulla decisione dell’Assemblea Nazionale del Popolo di cancellare il limite dei due mandati per il Presidente Xi Jinping, il quale potrà dunque conservare a vita tre incarichi più importanti della gerarchia di potere in Cina, vale a dire Segretario del Partito Comunista, Presidente della Repubblica appunto e Presidente della Commissione Militare Centrale.

Non varrebbe la fatica spendere eccessive parole su quanto affermato da Franco Frattini, ex-Ministro degli Esteri (novembre 2002-novembre 2004 e poi maggio 2008-novembre 2011) dei governi Berlusconi - e ripreso da Beniamino Natale - se non per confermare la riflessione del grande sinologo belga, Simon Leys - pseudonimo di Pierre Ryckmans, (Bruxelles, 28 settembre 1935 – Canberra, 11 agosto 2014) - il quale affermava che gli uomini di destra di tutti i paesi del mondo sono naturalmente attratti dal fascino degli uomini forti, a prescindere dal colore politico di questi ultimi. A suo avviso, si tratterebbe fondamentalmente di una questione d’invidia. La destra mondiale – sintetizza Leys – ammira chiunque abbia accumulato molto potere, e non si pone troppe domande su dettagli quali democrazia, bilanciamento dei poteri, libertà di espressione, partecipazione dei cittadini alla vita politica. Per la verità, egli biasimava anche la sinistra mondiale, accusata di eccessiva acquiescenza su alcuni di questi temi proprio nei confronti della Cina, ma questa è un altro capitolo.

Per quanto riguarda il merito della questione, la decisione di Xi Jinping di immortalarsi al potere forse fino alla morte, è una decisione non priva di pericoli. Sul piano della storia del Partito si tratta innanzitutto della negazione dell’eredità di Deng Xiaoping, il quale, memore dell’esperienza di Mao Zedong e del culto della personalità che aveva accompagnato il grande condottiero fino all’ultimo istante di vita, aveva imposto il limite invalicabile di due mandati per l’alta dirigenza del Partito, ivi compresi il Primo Ministro e il Segretario del Partito/Presidente della Repubblica.
Secondo Deng, inoltre, una delle ragioni del crollo dell’Unione Sovietica era da ricercarsi nella “nomenklatura” sovietica “vecchia e intramontabile”.

A quanto sopra, deve aggiungersi un’altra considerazione: quando non vi è certezza sui tempi della successione, il sistema politico tende a generare le condizioni che portano a una perenne, sotterranea lotta per il potere. Uno scenario potenziale quest’ultimo capace di destabilizzare le istituzioni del paese assai più della riduzione del tasso di crescita del Pil o qualche puntura sui dazi dell’acciaio con gli Stati Uniti.
D’altra parte, all’interno del Partito - secondo quanto è dato sapere - vi sarebbero state ampie riserve in proposito. Forse anche per evitare lunghe e imbarazzanti discussioni, Xi Jinping ha infatti deciso di procedere con la massima celerità. In due mesi è riuscito a convocare e far ratificare la decisione dal Comitato Centrale del Partito e dall’Assemblea nazionale del popolo.

Solo con il tempo potremo sapere se, come affermano a mezza bocca alcuni politologi cinesi, Xi Jinping è davvero intenzionato a rimanere al potere per sempre oppure ad allungare la sua vita politica solo di un terzo mandato, vale a dire “solo” fino al 2027, un arco di tempo questo che egli ritiene il minimo indispensabile per raggiungere l’obiettivo di una solida stabilizzazione politico-economica della Cina sia all’interno che all’esterno delle sue frontiere.



"Il laudator italiano dell'onnipotente Xi", di Beniamino Natale



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