L'ascesa della Cina: verso un mondo multipolare?

di Franco Mazzei pubblicato il 25/11/16

L'intervento del Professor Franco Mazzei durante il simposio "Italia e Cina, conoscersi meglio per crescere insieme" organizzato dal Centro Studi sulla Cina Contemporanea presso la Sala "Aldo Moro" della Camera dei deputati l'8 novembre scorso 

 

Vorrei innanzitutto esprimere il mio compiacimento per l'istituzione di questo Centro Studi sulla Cina Contemporanea, e ringraziare, come orientalista anziano, il Presidente del Centro, l'Ambasciatore Bradanini, per le capacità profuse a questo fine, combinando con successo le skill professionali dell'operatore sul campo con il mindset dello studioso. In effetti a mio parere, la cifra di questo Centro è proprio la stretta combinazione di teorizzazione da una parte e di concretezza di specifici progetti finalizzati dall'altra. La verità è che viviamo in un fase di rapidi cambiamenti, che non è retorico definire epocali. E, come vedremo, questa combinazione è indispensabile per dare respiro alla progettazione delineata dal Presidente nel suo intervento introduttivo e, soprattutto, per non rimanere vittime passive di questi mutamenti.
 

Come è noto, uno dei maggiori cambiamenti riguardanti il campo geopolitico (che è il settore che mi è stato assegnato in questa presentazione) è la transizione del potere da Occidente a Oriente, da Washington a Beijing. Questo non vuol dire che alla pax america subentrerà la pax sinica; implica però la fine dell'egemonia che per più secoli l'Occidente ha esercitato sul mondo, da quando l'Europa – divenuta il centro del Pianeta per potenza, per scienza e per ricchezza – unificò le varie insulae in cui allora il mondo era diviso: il Mediterraneo, il modo islamico, quello Indù, quello Confuciano... Significa, quindi, che l'Occidente deve imparare a prestare attenzione all'Oriente, a conoscerlo e a dialogare con esso, come recita il titolo di questo incontro.

È ormai un luogo comune enfatizzare la crescita della Cina. In realtà, il problema non è più tanto se la Cina continuerà a crescere o meno: il problema è come nel mutato sistema internazionale Beijing utilizzerà l'enorme potere che ha accumulato e che continua ad accumulare. La Cina sarà ancora una rule-taker o invece vorrà essa dettare le regole del gioco diventando rule-maker? La Cina è una potenza revisionistica e come tale desiderosa di modificare la struttura del SI a proprio vantaggio e, quindi, essere challenger degli Stati Uniti? Questi interrogativi da tempo ormai angosciano non poche cancellerie, e soprattutto il Dipartimento di Stato e il GAIMUSHO.
 

Il futuro non lo si può prevedere, è vero: ma si può quantomeno tentare di "costruirlo". E a questo fine è necessario che politici, accademici e operatori sul campo abbandonino il metodo - oggi purtroppo dominante - della "previsione" (o della proiezione statistica), che, in periodi di profondi cambiamenti o di crisi strutturali come questo, è sterile, anzi deleterio. Alla proiezione, che implica un atteggiamento mentale passivo o semplicemente reattivo a pericoli ormai incombenti facendo di norma "scelte binarie", bisogna sostituire il metodo proattivo della prospettiva (nel linguaggio anglosassone foresight e non semplice forecast): cioè, anticipare possibili scenari futuri che tengano conto dell'insieme dell'ambiente (e non del singolo dato come può essere il PIL o il debito pubblico), che pongano l'accento sulle discontinuità (e non solo sulle continuità), e che colgano i cosiddetti "segnali deboli" o secondari (per non fare "la fine della rana" che, immersa in una pentola d'acqua che si scalda lentamente, muore cotta senza accorgersene). Il vantaggio di quest'approccio è di essere in allerta nei confronti di eventuali sviluppi negativi.

Per raggiungere gli obiettivi del nostro Centro e più in generale nel prospettare i nostri rapporti con la Cina, uno dei problemi che prioritariamente bisogna porsi è, pertanto, se e come Pechino plasmerà le norme e le istituzioni internazionali. Questione questa non meramente accademica ma tremendamente pratica, per la cui soluzione è fondamentale la collaborazione tra, da una parte, l'operatore politico, economico e diplomatico e, dall'altra, lo studioso senza le cui teorizzazioni la comprensione non può superare il livello fattuale (che è appunto quello della previsione o proiezione).

La configurazione multicentrica del Sistema Internazionale

Per cercare di rispondere all'interrogativo che è stato dato al titolo del mio intervento, bisogna innanzitutto esaminare la posizione della Cina nella regione Asia-Pacifico, che è la regione non solo economicamente più dinamica del Pianeta ma anche la più militarizzata, non solo a causa dei molti flash-points (la questione della Corea del Nord che sembra aver adottato come norma la strategia del brinkmanship, il problema di Taiwan, i tanti contenziosi territoriali del Mar della Cina…) ma anche come conseguenza della mutata struttura del Sistema Internazionale post-bipolare, che è non semplicemente multipolare ma è anche multicentrica, aspetto questo trascurato dagli analisti di politica internazionale. Insomma, oggi il mondo non è più unitario: oltre che dalla polarità, esso è diviso in più "centri" sempre più autonomi (da non confondere con le vecchie "zone d'influenza"). Insomma, il mondo è diviso nuovamente in insulae come lo era prima che l'Europa lo unificasse sotto la sua egemonia. Ma con una differenza fondamentale: oggi le insulae sono sì divise politicamente e culturalmente ma sono unificate dalle tecnostrutture economico-finanziarie della globalizzazione: la globalizzazione - ricordiamolo - creata dall'Occidente ma che l'Occidente non riesce a controllare.

 

Da questa nuova configurazione multicentrica del Sistema Internazionale (o più correttamente "globale") discendono due conseguenze sistemiche di grande momento per comprendere il nuovo ruolo della Cina: la prima è l'impossibilità che una potenza diventi "egemone globale". Da questa consapevolezza deriva la strategia di Obama, detta Pivot to Asia: spostare l'asse geostrategico degli USA dal Mediterraneo (e quindi dal Medio Oriente) nel Pacifico Occidentale per controbilanciare l'ascesa della Cina. Questa a sua volta, oggi appare ben consapevole dell'enorme power di cui dispone nonché dell'eredità storica d'essere il "Paese del Centro" (non "Paese di Mezzo"): al "centro" del Tianxia, un impero – secondo la mitologia politica cinese - potenzialmente universale i cui confini non sono frontiere territoriali bensì isobare culturali. Comprensibilmente, pertanto, oggi Beijing aspira all'egemonia regionale.

 

A questo obiettivo si oppongono gli Stati Uniti, che, non potendo più essere egemoni globali (ma - almeno per ora - solo egemoni del mondo Occidentale, che non è poco), hanno come obiettivo geostrategico impedire che sorgano altre potenze regionali. In pratica, Washington intende continuare a svolgere nel Pacifico Occidentale il ruolo di offshore balancer, di bilanciatore esterno: e condicio sine qua non è il contenimento della Cina. In questa strategia, Washington ha l'appoggio del terzo vertice del "triangolo geopolitico del Pacifico", il Giappone che proprio recentemente ha approvato un'interpretazione ancora più elastica della clausola pacifista dell'articolo 9 della Costituzione, per cui le cosiddette Forze di Autodifesa Giapponesi possono intervenire al di fuori della acque territoriali anche nel caso di attacco ad un paese alleato.


Questa nuova configurazione multicentrica del Sistema internazionale, unitamente alla strategia americana nel Pacifico Occidentale (che non sarà facile abbandonare del tutto anche in caso di vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali attualmente in corso), crea per Beijing una minaccia nuova, costituita dalla flotta militare degli Stati Uniti, che è in grado di bloccare i porti cinesi strangolando così l'economia cinese. Pertanto, interesse militare primario della Cina è rendere tale blocco impossibile o altamente costoso per gli USA e per i suoi alleati. Donde l'aumento impressionante delle spese dedicate da Pechino al settore marittimo della difesa.

Ma la Cina è una potenza revisionistica? Non mi pare che Pechino dia segni di una potenza insoddisfatta: dalla globalizzazione ha avuto tutto quello di cui aveva bisogno per la sua crescita accelerata (capitali e tecnologia che non aveva, mercati per esportare il suo enorme surplus produttivo, materie prima facilmente reperibili). Allora, perché mai uccidere la gallina dalle uova d'oro?

L'avvento del "sino-centrismo universalistico"

Eppure il dibattito identitario in corso in Cina rivela un graduale ma profondo mutamento: da un nazionalismo che fino a qualche anno fa esaltava "la cinesità", ad un nuovo "sino-centrismo universalistico", con il recupero in genere del Confucianesimo e in particolare della tradizionale nozione di Tianxia adattata al mondo globalizzato. Il nuovo "sistema sino-centrico", ad esempio nella riformulazione del filosofo Zhao Tingyang, tenderebbe a "cinesizzare" la modernità, proprio mentre l'Occidente (Giappone compreso) faticosamente sta entrando nella post-modernità. Questo radicale mutamento identitario, che già appare nel celebre film di Zhang Yimou Hero (l'"Eroe Senza Nome" che sacrifica la propria vita per il bene supremo del Tianxia) e che diventa evidente in occasione delle grandiose Olimpiadi di Pechino del 2008, il cui slogan è stato "One World, One Dream" (Tong Yige Shijie Tong Yige Mengxiang), acquista assertività politica con l'agenda del Presidente XI Jinping, che significativamente al mantra del suo predecessore HU Jintao (He era butong, "armonia nella diversità", espressione tratta direttamente dagli Analecta di Confucio), ha sostituito quello meno rassicurante del "Sogno della Cina” (Zhongguo meng)...

 

La seconda conseguenza sistemica del nuovo contesto multicentrico, in cui la globalizzazione - come abbiamo visto - impedisce di fatto che il mondo "diviso diventi anche frammentato", è la transizione dal punto di vista funzionale da un mondo di confini nazionali a un mondo di flussi ed attriti. In breve, si delinea il sofisticato mondo della connettività (anziché delle frontiere), recentemente teorizzato nell'ultimo volume della trilogia del politolo indiano Parag Khanna (Connectography, 2016), con lo sviluppo a livello globale di una complessa rete di supply chains, cioè di infrastrutture fisiche (come strade, porti ed aeroporti, oleodotti) ed informatiche. La diplomazia di Pechino, grazie anche ad uno sviluppo ortogenetico di più di duemila anni, sembra aver ben compreso questo segnale e la Cina, pur con molte contraddizioni, quantomeno sotto l'aspetto delle infrastrutture fisiche, è indubbiamente in prima fila: l'iniziativa molto propagandata nei mass-media e nota come OBOR (One Belt One Road) è solo uno dei "segnali forti" dell'impegno di Pechino alla connettività globale. In questo contesto, un segnale debole (ma di grande rilevanza) è, per l'appunto, la proposta di un nuovo Tianxia-ismo con le conseguenze che ciò comporterebbe a livello geostrategico. 


In questa profonda mutazione strutturale del sistema globale (multipolare + multicentrico), l'UE, che occupa l'altra estremità dell'Eurasia, potrebbe aver un ruolo altrettanto centrale. Purtroppo oggi Bruxelles appare distratta, troppo presa dai suoi gravi problemi interni, in parte contingente e in parte strutturali. Ecco: negli ampi interstizi prodotti dalle crescenti connessioni tra i due grandi centri eurasiatici, l'Italia e il nostro Centro potrebbero dare un contributo significativo. La presenza oggi di eminenti sinologi e l'adesione a questa iniziativa da parte di tutte le università italiane a vocazione orientalistica sono ulteriori motivi che mi spingono ad essere ottimista.
 

Grazie

Franco Mazzei è Professore emerito presso l'Università di Napoli "L'Orientale" e vicepresidente del CSCC 



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